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NEO(N)ELECTRONIQUE – Aprile 2015 // Alva Noto – W. Basinski – RRose – Kelela

NEO(N)ELECTRONIQUE - Aprile 2015 // Alva Noto - W. Basinski - RRose - Kelela

NEO(N)ELECTRONIQUE - Aprile 2015 // Alva Noto - W. Basinski - RRose - Kelela

NEO(N)ELECTRONIQUE – Aprile 2015 // Alva Noto – W. Basinski – RRose – Kelela

In ritardo sulla tabella di marcia, per colpa di feste e concerti e gite fuori porta, vediamo di farci perdonare con una selezione accuratissima che ha dovuto scartare diverse uscite poco convincenti per concentrarsi soltanto sulla Qualità vera. L’ambient fa da padrone, in un mese che è sinonimo di esplosione di suoni e colori e, quindi, non accostabile mentalmente alle atmosfere sospese; eppure, una buona metà delle nostre proposte pesca da quei territori evanescenti. Insieme a essi, altri tre sentiti suggerimenti dai contorni sonori meno definiti. Dischi affascinanti e destinati a durare nella memoria e nelle riproduzioni dei nostri iPod roventi.

– ALVA NOTO – “Xerrox vol.3”
In un futuro non ben precisato ma sicuramente lontanissimo da questo presente, predominerà il bianco assoluto e l’aria sarà rarefatta, quasi impalpabile. È questo che vuole comunicarci Alva Noto, giunto al terzo capitolo della serie Xerrox, lanciato dritto verso la galassia. Atmosfere in sospensioni infinite, vagamente ansiogene, e una voce asettica ripete con ossessione la stessa frase a intermittenza, per tutta la durata del disco, come fosse da una torre di controllo in cerca di un aereo disperso. Le aperture sono ampissime, in esse s’innesta un loop continuo con minuziose variazioni, tra battiti estremamente delicati e disorientamenti spaziali. La massima complessità si ottiene da strutture scarne e minimali: “less is more” del buon caro Mies van der Rohe vale sempre.

– WILLIAM BASINSKI – “Cascade”
Come quelle polaroid datate che raffigurano il mare in una giornata dal cielo quasi bianco, vagamente caliginoso: l’istantanea coglie l’acqua nella sua mutevolezza, l’immagine alterna parti nitide e meticolosamente descrittive ad altre sfocate, chiazzate di bagliori cangianti e irrequieti. Basinski si esprime usando lo strumento che gli è più congeniale, il loop, lo articola in una semplice complessità (che sembra un ossimoro ma non lo è) e ci costruisce un unico pezzo di circa 40 minuti. Ambient organica, materica, da catturare con lo sguardo e sfiorare con la pelle. Densa e profonda come il mare appunto, e le sue onde che si ripetono ma mai identiche l’un l’altra.

– RROSE – “Having Never Written A Note For Percussion”
Che effetto può avere la propagazione dell’onda sonora generata da un gong da 32 pollici percosso in condizioni ambientali opposte e antitetiche? Rrose porta alle estreme conseguenze il termine, spesso abusato di “sperimentazione”, confonde le carte dandosi connotati anagrafici assurdi (una morte precedente a una nascita) e celando il proprio volto con delle chiazze luminose deformi. Poco importa chi sia, siamo di fronte a un’esperienza musicale unica, a un groviglio di emozioni che attorcigliano le budella e fanno rizzare i peli delle braccia. Nella prima mezz’ora siamo in studio, il suono cresce e s’innalza lentamente, nitido e privo di sbavature, solo un riverbero costante che amplifica gli spazi fino al raggiungimento dell’acme lungo percorsi tortuosi e mai diretti, per poi calare e svanire. Nella seconda mezz’ora ci troviamo in una stazione della metropolitana abbandonata, a Washington D.C.; il suono è sporcato dalle inevitabili interferenze – i passi della gente, porte che sbattono, sferragliamenti lontani, il traffico – e l’ambiente è talmente grande che i riverberi finiscono per perdersi e mescolarsi col contesto. Il risultato provoca inquietudine, smarrimento. Un lavoro eccellente.

– DREW LUSTMAN – “The Crystal Cowboy”
Drew Lustman, noto ai più con lo pseudonimo di FaltyDL, si sceglie un fascinoso alter ego, un cowboy di cristallo, per comporre un album molto personale che suona al pari di una lettera di presentazione o un’autobiografia, scritta con toni decisi e netti, ricca di riferimenti spazio-temporali di una precisione chirurgica. A ben vedere possiamo trovarci davanti a un disco-tributo a tutto ciò che l’elettronica inglese ha partorito negli ultimi decenni, le coordinate sono scolpite su roccia e i rimandi sono cristallini: break beat, drum & bass, IDM, techno e richiami jungle si fondono tra loro per delimitare uno spaccato vivido e reale. Il cowboy si aggira di notte in scenari metropolitani in cui velocità e ritmo sono la prerogativa, ci invita a seguirlo in sella al suo destriero, ci racconta di sé tra franchezza e vortici di emozioni sonore.

– GEORGE FITZGERALD – “Fading Love”
Le atmosfere sono sognanti e sospese, profumano dei fiori della primavera e i battiti sono carezzevoli, attutiti da una delicatezza inaspettata per un amore che svanisce. Fermi tutti, non sto dicendo che è impossibile parlare di un sentimento che va scemando senza per questo dovergli una levigatezza, una certa cura. C’è quella rosea malinconia sintetica che imperla le superfici. Ma ecco che il ritmo prende piede, e ne siamo ben contenti: la resa inerme a una fine non ci piace, siamo per la reazione. Le voci profonde e le collaborazioni di Boxed In e Lawrence Hart s’innestano su percorsi di stampo electro, scompaiono e riappaiono di nuovo. I pezzi strumentali trasudano di nostalgia, al contrario quando s’insinuano i vocals sembra più semplice ballare, anche solo per voltare pagina e godere della brezza della libertà. Un album che racchiude in pieno lo spirito di una stagione.

– KELELA – “Cut 4 Me (Deluxe)”
Le rivisitazioni dei dischi, specie quelli ben riusciti, mi suscitano automaticamente diffidenza: “perché mettere le mani in qualcosa già di sé valido? Ce n’era davvero bisogno?” Eppure, la versione deluxe del già ottimo “Cut 4 Me” riesce a sintetizzare al meglio i tratti caldi e sinuosi dell’artista americana – contaminati dal soul e quell’R&B che sembra automatico per alcuni possedere nel proprio DNA – con i marchi di fabbrica della Fade To Mind, l’etichetta losangelina che le cura la produzione dal 2010. Ecco quindi che i ritmi rallentati e sincopati tra synth profondissimi ed eleganti vengono attraversati da corrente elettrica frizzante, fasci di acciaio e plastica che afferrano la presa costringendo ad accelerazioni e ad interferenze nuove. Ne esce un suono difficilmente catalogabile (evviva!), che pesca tanto dall’electro , dal dubstep, dall’hip hop, quanto dalla tradizione vocale propria della stessa Kelela, unabbraccio ideale che attraversa l’Atlantico e avvinghia gli States con la Londra dalle infinite declinazioni musicali. Teniamola d’occhio, Kelela, una gemma preziosa che brilla al di là di circuiti mainstream e hype insulso.

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