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NEO(N)ELECTRONIQUE – TUTTO IL 2014 // Fennesz, Kanding Ray, Ben Frost, Lone

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Siamo arrivati lunghi, ammettiamolo. Colpa dei ritmi rallentati delle feste, delle cene, delle rimpatriate, dei bagordi. Tuttavia il nostro intento era quello di tirare le somme su un anno musicalmente non straordinario, seppur memorabile per alcune perle che difficilmente dimenticheremo in futuro.

Chi ha superato la nostra tagliola? Chi ci vogliamo ricordare con affetto e riconoscenza, in questo 2014?

Chi ci ha seguito gli scorsi mesi avrà già letto i nostri elogi per Loscil, Jon Hopkins e Caribou ad esempio, e per nostra fortuna possiamo aggiungere altri nomi che ci hanno fatto brillare occhi e, soprattutto, i timpani.

–        KANGDING RAY – “Solens Arc”

Un percorso tracciato sui fili della tensione emotiva, terrore e rumori ansiogeni, episodi velocissimi su inseguimenti scuri in chiave techno, tregue affannose col respiro pesante e il fiato sul collo. L’alba non rassicura, ha i connotati malati di una fabbrica dismessa su terreno di amianto, non bonificato: ti ci avventuri curiosamente, ma poi paghi lo scotto con cicatrici che non si rimarginano.

 

–        BEN FROST – “A U R O R A”

Prendi un demiurgo dall’aspetto affascinante, o anche un folletto del Nord dai superpoteri creativi. Portalo all’imbocco di un vulcano in procinto di eruttare e chiedigli la formula magica per trasformare le colate di lava mortifere in un’esplosione di luce folgorante. Ti manipolerà sapientemente i suoni della natura in un calderone di crepitii, tumulti e bagliori; ti incuterà timore a volte, e avrai paura di non arrivare in fondo. Sarà allora che dovrai coprirti gli occhi con entrambe le mani per non venire accecato, e sarà bellissimo.

 

–        PHON.O  – “Cracking Space pt.1” e “Cracking Space pt.2”

Una coppia di EP usciti a poca distanza l’uno dall’altro, una storia da raccontare che sa di piscine svuotate, solitudini che corrono lungo binari paralleli destinati non intersecarsi mai, un lungomare deserto a inizio primavera e ricordi, troppi ricordi. Si può premere l’acceleratore, o tuffarsi nell’acqua ancora gelida per lenire le ferite, o ancora meglio rifugiarsi in un club e ballare affinché la caligine del sudore annebbi la vista e anche tutti gli altri sensi.

Mia personale epifania musicale del 2014.

 

–        FENNESZ – “Bécs”

Parlare di Christian Fennesz è impossibile senza timore reverenziale: una vasta produzione alle spalle, la fama – giustamente acquisita con i suoi eccelsi lavori – di maestro dell’ambient alza il livello di aspettative, che sorprendentemente vengono superate dal risultato. Bécs è un universo algido, costruito a colpi di chitarra e sintetizzatore, a tratti scarno a tratti stratificato in architetture complesse.  Le melodie toccano vette solenni, pur restando invischiate in fruscii e tessiture quasi tangibili. Ricchezza sonora, meraviglia, natura organica ma tuttavia trascendente.

 

Chi ricorderemo invece come delusione, o come grossa aspettativa disillusa?

–        APHEX TWIN – “Syro”

Un hype esagerato spesso si risolve in una bolla di sapone che esplode al minimo vento. Eppure la critica, come anche la massa, ha osannato “Syro” senza riserve. Encomi, entusiasmo, grida al miracolo. Non solo promozione quindi, ma anche sostanza. E ammettiamo anche noi un risultato attento al dettaglio, preciso in ogni mossa, in ogni declinazione. Purtroppo per me, questo pregio è anche il limite, a ben vedere, del ritorno del tanto amato Richard David James: il suo lavoro appare assortito, dal funky all’acid, e ragionato, ma partorito quasi esclusivamente dal cervello più che dal cuore.

 

–        RÖYKSOPP – “The Inevitable End”

Baciati dalla fortuna di non essere catapultati nell’occhio del ciclone di tutto ciò che attualmente è di tendenza, tra le logiche trituranti di Pitchfork e adepti, i Röyksopp avrebbero potuto sfornare un album esplosivo – tra dancefloor e artico – senza la pressione psicologica delle tendenze asfissianti del momento. Le carte in regola c’erano tutte: chi, se non loro? Eppure “The Inevitable End” esce, nel complesso, fiacco. Pochissimi pezzi memorabili (escludiamo quel “Monument” che abbiamo già eletto tra i preferiti), melodie che non spiccano il volo, poca grinta, poca convinzione. Una fiamma flebile che sa di occasione sprecata.

 

–        LONE – “Reality Testing”

Altro caso di artista pompato, dal quale ci si aspettava grandi cose, se non il botto definitivo. Meno male, accanto agli entusiasti-a-scatola-chiusa, c’era anche chi nutriva delle perplessità, soprattutto alla luce del precedente album che Matt Cutler aveva realizzato, “Galaxy Garden”, disco passato piuttosto in sordina. “Reality Testing” avrebbe potuto stravolgere il terreno finora battuto, invece si adagia su sentieri anonimi attingendo da un vastissimo campionario di sonorità, eccessivo: pesca dall’house, dall’hip-hop, arrischia addirittura un avvicinamento alla techno. Ne risulta un amalgama privo di carattere, che difficilmente lascia tracce.

 

–        SUBMERSE – “Slow Waves”

Album di sicuro nascosto nel sottobosco delle uscite meno propagandate, un invito a nozze per chi, come me, ha l’ossessione del mare in tutte le sue sfumature. Ci si aspettava parecchio, di sicuro sussulti emotivi e melodie intime e profonde. Purtroppo il disco si è perso in esercizi di stile dal dubbio spessore, suoni liquidi ma attraenti solo per la forma, sostanza di poco conto. I pezzi si susseguono lungo un filone piuttosto noioso, se non annoiato, laddove gli spunti sarebbero potuti essere molteplici e variegati, basti pensare all’immenso lavoro prodotto dal Loscil a partire dal medesimo paradigma. Peccato, si resta con l’amaro in bocca.

 

Chiudiamo qui gli scarni bilanci, abbiamo davanti un anno intero per innamorarci ancora di altra musica e per rifarci dalle delusioni pregresse. Cuffie alle orecchie, si ricomincia!

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