Mike Joyce: swissted

Mike Joyce: swissted

Io Mike Joyce me lo immagino come un tipo che di giorno progetta in giacca e cravatta brochure e packaging al soldo dell’ennesimo affermato studio di design della west-coast trapiantato in Madison Avenue per poi, subito dopo l’aperitivo, lasciare il vestito buono in un cassonetto e correre a vedere la più sudicia delle cover-band dei Black Flag al CBGB nei bassifondi del Lower East Side di Manhattan, conciato finalmente come Dio comanda: maglietta dei P.I.L., jeans sdruciti e Converse All Star dell’86 con una collezione vintage di comodissime spille da balia grezze al posto delle stringhe.
A seguire un tot di birrette, mezza rissa col buttafuori per tenersi in esercizio e poi di nuovo nel suo loft al 75esimo piano sulla 5th: doccia con vista sul cityscape nottuno, un paio di ore di sonno, una passata di Nivea For Men Skin Enegy Express Q10 per lavar via la stanchezza dal contorno occhi e via ancora in ufficio.
And so on.

Magari poi invece è solo un tenero signore di mezza età, stempiato e un po’ sovrappeso, che colleziona cataloghi dell’IKEA e non si è mai fatto una ragione dello scioglimento degli Hüsker Dü nel lontano 1987.

In effetti potrei togliermi in un attimo il dubbio cercando il suo account Instagram o qualche sua selfie sexy su WeChat, ma in fin dei conti preferisco non saperlo e rimanere aggrappato al mio sogno adolescenziale di un supereoe decadente e metropolitano che combatte le lobby delle sedie minimal con sferzate di musica suonata male ma rigorosamente ad alto volume.

Beata ignoranza, diceva il poeta.

Una specie di Superman dei nostri giorni insomma, un Robin Hood che ruba creatività ai maestri della corporate identity per regalarla a dei poveracci che altrimenti per il volantino del concerto della loro band al circolo AICS La Fratellanza Artigiana di Caprona (PI) ancora chiederebbero aiuto a un amico “che alle medie era bravo a disegno”: un Dr. Jeckyll che ha fatto lo IED lasciando Mr. Hyde a suonare in cantina senza insegnargli prima ad accordare la chitarra, e che quindi forse proprio per questo è stato capace di creare un qualcosa di simile a una nuova forma d’arte, dove inspiegabilmente confluiscono due correnti apparentemente parallele, se non divergenti.

Qualcuno si è infatti mai chiesto cosa hanno in comune il modernismo svizzero e la musica rock indipendente?
Ovviamente no: dopoutto, perchè avrebbe dovuto? Rimane sempre una bella domanda del cazzo, anche da porre a se stessi.
In ogni caso la risposta è scontata: niente.

O meglio, ERA, niente, la risposta.
Oggi la risposta è Mike Joyce.

La ricetta è semplice: prendere alcuni vecchi flyer dei live di band punk, hardcore e indie-rock e rivisitarli attraverso lo stile minimale del typography-design di tradizione elvetica. Ingredienti: forme geometriche semplici, colori pieni e pattern ripetuti. Il font? “Helvetica!” diranno i nostri piccoli lettori che hanno appena installato Photoshop. No. Berthold Akzidenz-Grotesk Medium, che è praticamente uguale, ma suona più di nicchia e fa più fico perchè costa dieci volte tanto.
Rigorosamente minuscolo, s’intende.
Perchè le maiuscole son mainstream.
E portano pure sfiga.

Ma al di là dei dettagli, la cosa folle è che è tutto vero: ognuno di questi show ha avuto realmente luogo, quell’esatto giorno, in quell’esatto locale, di quell’esatta città, di questo vecchio pianeta. Più o meno un paio di secoli fa.

E, a pensarci bene, è proprio questo piccolo particolare, che ci svela Mike Joyce per quello che realmente è: nè un supereroe, nè un frustrato, nè un pazzo.
O forse tutte queste cose insieme: un visionario.
Perchè ha anticipato i tempi, ribaltando il passato nel futuro senza troppi complimenti: ci piace pensare infatti che se questi concerti si tenessero oggi, in quel che resta di questo 2186, troveremmo in giro proprio queste locandine. Nessuno si ricorderebbe più dell’esistenza o del significato di termini come modernismo svizzero, post-punk o #coglioneNO.

Si direbbe solo Swissted:
fine art for music nerds.

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