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NEO(N)ELECTRONIQUE – Marzo 2015 // Scuba – Vessels -Clark

NEO(N)ELECTRONIQUE – Marzo 2015 // Scuba - Vessels -Clark

NEO(N)ELECTRONIQUE – Marzo 2015 // Scuba - Vessels -Clark

NEO(N)ELECTRONIQUE – Marzo 2015 // Scuba – Vessels -Clark

Un disperato bisogno di primavera, ecco ciò che provavo mentre febbraio ci stava definitivamente salutando. Cercavo sole e giornate lunghe, le melodie giuste per farmi attivare e allargare il sorriso, tenuto stretto da troppo tempo. Qualcosa si è mosso tra i colori della musica che ho trovato, qualcosa ancora deve arrivare per tagliar via del tutto le fronde ingarbugliate e rinsecchite dell’inverno. Quello che conta è che in ogni caso le lancette dell’orologio han compiuto un intero giro in velocità per farci allungare le giornate, così abbiamo più tempo per perderci del tutto in viaggi sonori.

– SCUBA – “Claustrophobia”
Avevamo lasciato Paul Rose a fare il cazzone strizzando l’occhio agli anni ’90 e a quei suoni acidi marcatamente inglesi, sulle note di “Personality”. Tre anni dopo, Scuba decide di premere l’acceleratore e portare alle estreme conseguenze gli ingredienti ai quali ci aveva abituato benissimo, deliziandoci tra rincorse e pause oscure e alienanti –claustrofobiche, per l’appunto – in cui la techno picchia duro e la via d’uscita è, fortunatamente, impossibile da trovare. Underworld è dietro l’angolo, cassa dritta e Londra e Berlino annullano le distanze tra ritmiche martellanti e danze in tuta in acetato. Alcuni episodi fanno riprendere fiato e aprono scorci di ampio respiro, pur essendo l’aria pulita comunque un miraggio. Album lucido e corposo, non finalizzato all’innovazione ma perfetto per fissare indelebilmente il marchio di fabbrica del signor Rose, e scusate se la riconoscibilità immediata è poco!

– FORT ROMEAU – “Insides”
Vi siete mai imbattuti in un disco house da ascolto più che da dancefloor? Vi sembra un controsenso? Provate ad avventurarvi tra le melodie di “Insides” e poi ne riparliamo. Michael Greene ci regala un disco fresco, impreziosito da riverberi e suoni materici molto profondi e al contempo luminosi; la copertina stessa dell’album parla chiaro: una superficie complessa, chiaroscuri assortiti e messe a fuoco più o meno precise, come a simboleggiare l’intera varietà di risoluzioni. La tentazione di concentrarsi sui dettagli è forte, ancor più quella di chiudere gli occhi e immaginarsi in un’isola al tramonto, la tiepida brezza sulla pelle al calar del sole e le discoteche che propongono set per gli aperitivi al mare. Poi arriva il momento in cui smuovere il culo diventa d’obbligo, ci si alza dalla sdraio e si segue il tempo coi piedi e la testa, poi il corpo si fonde coi ritmi in una morbida danza, tra house liquida di prima scelta e incursioni house, balearic e addirittura funky.

– ΔKKORD – “HTH035”
Contrariamente alla prassi, gli Δkkord hanno demandato a una coppia di remix il ruolo di anteprima per questo album: novembre 2014 non è ancora così distante nella memoria, quello che combinarono Vatican Shadow e The Haxan Cloak nel rimescolare gli ingredienti nella produzione del duo mancuniano ci aveva condotto in un’estasi totale. Il disco si apre incentrandosi più sui vuoti che sui pieni, spazi sgombri e indefiniti si guadagnano la scena, con sinistre sospensioni e delle pause che disegnano attese terribili. Attorno ad essi entrano ed escono altri attori nello spettacolo globale, la cornice si presenta mutevole e si passa ben presto da ritmi sincopati e lentissimi, alla techno forsennata che meno male fa cambiare registro alla tensione, pur continuando a giocare con la palette dei grigi. La seconda metà dell’album è dedicata ai remix, e oltre ai succitati abbiamo due bellissime nuove versioni di Gravure/Continuum, in cui addirittura si strizza l’occhio a ambientazioni vagamente folk.

– CLARK – “Flame Rave EP”
Clark torna anch’egli dopo soltanto una manciata di mesi, quattro nuovi pezzi per un ep dal sapore nostalgico dei veri rave inglesi di primi anni ’90. Colori acidi e ritmiche indiavolate caratterizzano la prima coppia di brani: un filo invisibile attraversa la Manica e congiunge i caseggiati in mattoni tutti in serie delle periferie inglesi con i palazzi in cemento armato di stampo teutonico, casermoni abbandonati che puzzano di piscio sono il ritrovo ideale per feste illegali indossando anfibi ai piedi e felpe oversize, la drum n bass si fonde alla techno in un vortice irresistibile. Si torna a sentirsi liberi come vent’anni fa, quando all’improvviso il registro cambia e i suoni che apparivano tremendamente nitidi vengono sporcati da scie di synth e una colata di dolcezza costringe a un balzo temporale in avanti con gusto vintage. Derivate dall’LP precedente, a partire già dai titoli, la seconda coppia di tracce costringe Clark a interrompere bruscamente il flashback e allentare la presa, le melodie si fanno ariose e fiorite mentre il quartetto si conclude a cavallo di una cometa come fosse un estratto di una suggestiva pellicola sci-fi.

– HOLLY HERNDON – “Interference”
Il genio di Holly Herndon ci regala un antipasto di ciò che ci offrirà a tavola in maggio, un singolo senza b-sides ché da solo è già sufficiente per illustrarci le sue intenzioni. Le melodie vengono tagliate e ricomposte all’infinito, i frammenti di varie pezzature si intersecano e si sovrappongono in un origami sonoro tutt’altro che lineare. L’incedere è spigoloso, rumori taglienti fendono pattern di sottofondo più morbidi; l’interferenza non è l’eccezione ma l’elemento cardine attorno a cui si dipana tutta la maglia irregolare e sintetica. Una rete tra le cui trame è bellissimo restare incastrati.

– VESSELS – “Dilate”
Un album che inizia in climax è già un ottimo presagio, e “Vertical” apre le danze in maniera sublime lanciandoci su vette innevate a ritmi sostenuti, per farci approdare in cima tra il tintinnio di campanelli come fossero presi in prestito dal nostro amato Pantha du Prince. E anche la notte non è mai sinonimo di oscurità totale, permane un bianco filtro a rischiarare il cielo e le sagome, mentre l’elettronica dei synth si sporca con la grandezza epica del post-rock. Siamo soltanto all’inizio di un viaggio dalle tinte screziate, il mappamondo gira e nell’arco un’ora scarsa si passa da fondali oceanici e radure primitive a città frenetiche; e una somma di riferimenti a nomi illustri come James Holden e il succitato Hendrik Weber non risulta un’accozzaglia sghemba ma, al contrario, un’entità con carattere che pulsa e vibra di luce propria.

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