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NEO(N)ELECTRONIQUE – NOVEMBRE 2014 // Jon Hopkins, Arca, Clark, Recondite

NEO(N)ELECTRONIQUE – NOVEMBRE 2014 // Jon Hopkins, Arca, Clark, Recondite

NEO(N)ELECTRONIQUE – NOVEMBRE 2014 // Jon Hopkins, Arca, Clark, Recondite

NEO(N)ELECTRONIQUE – NOVEMBRE 2014 // Jon Hopkins, Arca, Clark, Recondite

Un novembre così fecondo non ce lo ricordiamo da tempi immemorabili. Solitamente col chiudersi dell’anno siamo già alle prese con i bilanci ma stavolta no: Pilltapes stenta a crederci ma l’abbondanza è palese e ci rende gioiosi come dei bimbi all’arrivo di babbo Natale! Ce n’è per tutti, dai più festaioli ai più introspettivi.

– CLARK – “Clark”

Sporchi tappeti di synth color cemento, ma non troviamo foglie variopinte a terra, a testimoniarci il rigido novembre. Piuttosto, il pavimento trema sotto i nostri piedi. Una miscela esplosiva di techno, electro, incursioni glitch ed elettronica impazzita da videogame. Impossibile restare immobili, impossibile. Si materializzano labirinti sonori imprevedibili e invitanti, da percorrere a mosca cieca sospinti dalle vibrazioni delle pareti. Occhi bendati e muri freddi, 47 minuti in missione tra bpm in saliscendi sparati da una mitragliatrice isterica. C’è solo cielo, algido e grigio-azzurro, al termine, e musica evanescente. Nessuno vieta però di ripercorrere il tracciato all’inverso.

– ARCA – “Xen”

Fingiamo per un attimo che le referenze non siano importanti.
Alejandro Ghersi ci aspetta davanti alla sua navicella spaziale appena costruita, non ci saranno in mezzo comete né sonde, ma un pianeta al di fuori del sistema solare comunemente noto. Altre forme di vita, sì, e la nostra fiducia. Ghersi prende in mano le nostre fobie e le nostre ansie, le modella, le plasma, le trasfigura. Eccoci ad anni luce dalla Terra, dove la musica elettronica si ibrida a tal punto da dimenticarsi il concetto stesso di melodia; la sperimentazione tocca lidi estremi, i nuovi suoni hanno anatomie disarmoniche, linee sghembe e dissonanze acute, affilate. Non esistono le mezze misure. Ad atterraggio avvenuto apriamo la lettera di accompagnamento e troviamo a chiare lettere la firma di Kanye West. I conti tornano.

– RECONDITE – “Iffy”

I bpm rallentano dopo ore di clubbing, ci si ritrova ancora a muoversi stancamente in un club disadorno che, mano a mano, si svuota. La percezione cambia, l’isolamento prende piede e l’oscurità si dilata in ritmiche di stampo techno ma decisamente meno asfittiche. I vuoti sovrastano i pieni, la musica è spoglia e dalle forme minimali, tedesche. Deserti metropolitani. Si torna a casa sulle traiettorie geometriche della metropolitana, ancora caseggiati squadrati e colori tetri accanto, una timida alba si affaccia all’orizzonte, rassicurante contro le inquietudini della notte (allegorico il cane che ringhia in copertina!).

– ΔKKORD – “HTH030”

Scordatevi i colori, qui si parla di nero profondo, assoluto. Un paio di pezzi soltanto, un EP che deflagra all’istante, complici The Haxan Cloak e Vatican Shadow: il loro tocco è sublime. L’elettronica si fa tribale, un rito malato e cupissimo, con sottofondo sporco e punte acuminate che trafiggono. Il mondo va verso l’eclissi totale in un vortice di rumore impuro. L’altra faccia della fine dei giorni è un dancefloor abbandonato, scheletri in cemento armato e pozzanghere a terra. La techno pulsa impietosa e l’ultima anima solitaria balla al ritmo di un sussulto di fondo, finché anch’esso svanisce.

– RÖYKSOPP – “The Inevitable End”

Quando uno dei nostri beniamini annuncia un nuovo disco, è inevitabile che salga la trepidazione. Aggiungici una dichiarazione: “Questo sarà il nostro ultimo album in formato LP canonico”. Coi Röyksopp è impossibile limitare le aspettative, ci hanno abituati fin troppo bene, tra l’altro c’è con loro l’immancabile Robyn. Amore immediato. Spiace ammettere che “The Inevitable End” non decolla nel suo insieme, risulta purtroppo piuttosto banale, piatto. Tuttavia c’è un pezzo che vale il biglietto intero, ho ascoltato “Monument” in loop più di venti volte il giorno che è uscito. L’electro della migliore tradizione, quella patina di nostalgia che dà spessore al brano; braccia alzate, lacrime agli occhi. This will be my monument / This will be a beacon when I’m gone gone gone.

– ANDY STOTT– “Faith In Strangers”

Eravamo rimasti bloccati in quel salto carpiato d’epoca, in bianco e nero, nel 2012. Le ciminiere di Manchester e un’atmosfera di perdizione così affascinante, tra la dub e la techno. Trascorsi due anni in cui comunque Stott non ha di certo dormito sugli allori – basti pensare all’ottimo album a quattro mani con Miles Whittaker sotto il moniker di Millie & Andrea, che ha visto la luce lo scorso marzo – il nostro ritorna in forma smagliante. Fedele ai toni cupi, si svincola totalmente dalla dimensione del club offrendoci una creatura oscura e pulsante, tra ritmi sincopati e silenzi dilatati nei quali trattenere il fiato. Alison Skidmore dà voce alla dolcezza, in contrasto con la desolazione cupa di bassi e drum machine, del metallo e di enormi stanze vuote e buie. Radi bagliori dall’alto, emozioni a cascata.

– VLADISLAV DELAY – “Visa”

Temperature sotto lo zero, in esplorazione tra le rigogliose foreste finlandesi i numerosissimi laghi si sono cristallizzati per il freddo. In un’apparente stasi di ghiaccio compatto, incrinato a tratti da graffi profondi sulla superficie, la natura sembra sopita quando invece continua a respirare e muoversi. Sasu Ripatti coglie ogni sfaccettatura, ce la ripropone con estrema sincerità, cogliendo qualsiasi rumore, dal più limpido al più sporco. Li filtra, con la sua lente attenta e meticolosa; ne nasce un album organico, ambient che sa di elicotteri che passano, di stormi di uccelli del Nord, di brina sugli abeti e di acqua.

– LOSCIL – “Sea Island”

Un’isola in mezzo al mare, un mondo concluso in sé, circondato da acqua salata che lo lambisce, lo accarezza, lo percuote. Scott Morgan ci descrive uno scenario in bilico tra il reale e l’onirico, usando l’espediente che meglio conosce ed utilizza: la musica ambient. Un capolavoro di disco, fatemelo azzardare, una palette di grigi per dipingere in bianco e nero istantanee impalpabili, madide di caligine e dai contorni labili. Le onde hanno accatastato legname sulla battigia, il cielo è mutevole, la solitudine è condizione costante. Le increspature sulla liquida superficie si formano e un attimo dopo scompaiono, si innescano loop infiniti, ricchi di minuscole e preziose variazioni; i suoni sono intensi, profondi, creano echi e risonanze, palpitano. Field recordings, synth, piano e una sensibilità spiccata, commovente.

– JON HOPKINS – “Asleep Versions”

Un corpo leggero, sospeso in un cielo stellato, sopra le cime degli alberi. È questa la sensazione che si prova, di venire sospinti e accarezzati dalla melodia, non appena decidiamo di chiudere gli occhi e perderci tra le note del nostro caro Hopkins. Sembra avere il tocco magico lui: nel 2013 ci ha regalato il disco elettronico dell’anno, quell’osannato “Immunity” che ha fatto impazzire un po’ tutti, ballando e sudando nei club e nei festival. La reinterpretazione di quattro brani già noti, estratti da quel fortunato LP, riesce sapientemente a plasmarli donandoci un nuovo punto di vista, più intimo e carezzevole. L’aria è senza dubbio protagonista assoluta, un EP che respira a boccate profonde e ti culla con battiti delicati tra la brezza fresca. Ampie aperture, elettronica di ascolto e quasi meditazione, un pianoforte, vortici di emozioni.

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