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NEO(N)ELECTRONIQUE :>·<: AUTUNNO - Port Royal, Irisarri, Zomby

NEO(N)ELECTRONIQUE :>·<: AUTUNNO - Port Royal, Irisarri, Zomby

NEO(N)ELECTRONIQUE :>·<: AUTUNNO - Port Royal, Irisarri, Zomby

NEO(N)ELECTRONIQUE :>·<: AUTUNNO - Port Royal, Irisarri, Zomby

Pensavamo di essere pronti ad accogliervi al ritorno delle ferie con molta musica valida per superare indenni il trauma della ripresa degli obblighi quotidiani. L’autunno – ahimé – è cominciato all’insegna dell’indie-rock e del cantautorato, per cui ci siamo visti costretti ad attendere tempi migliori. Ma si sa, il mese di ottobre è sempre stato dannatamente ricco di proposte, si trattava dunque di avere un briciolo di pazienza prima di essere accontentati.
Ora ci troviamo tra le mani un’ingente mole di materiale ottimo, di spessore; speriamo quindi che il ritardo possa esserci gentilmente perdonato.

– port-royal, “Where Are You Now”
Sei anni sono un tempo enorme, esagerato, nel quale può davvero succedere di tutto. Quando il 31 dicembre scorso i port-royal pubblicarono su Facebook una scarna fotografia raffigurante una cartella su pc contenente il nuovo disco, a corredo degli auguri, per poco non caddi dalla sedia. Il 2015 per me iniziò dunque con un’attesa, e c’è chi aspetta ritorni illustri (vedasi Grimes e Kanye West), c’è chi invece brama nuova musica da un gruppo di nicchia, a mio avviso sottovalutato, che dà anima profonda a qualsiasi declinazione elettronica. Dopo questo lungo silenzio le intenzioni dei nostri sono ben chiare, i tempi in cui si aveva paura di ballare sono un vago ricordo e la cassa dritta non ha timore di prorompere chiara e martellante con vaghi richiami 90s, una falcata ulteriore rispetto al processo di disinibizione già adeguatamente intrapreso con il disco predecessore. C’è ancora tutto e intero l’immaginario emblematico del gruppo, le suggestioni strazianti di solitudine e Sehnsucht, i rimandi alla filosofia, le ambientazioni desolate che mirano ad Est e scavano il cuore. Fedeli alla loro estetica si muovono tra generi che si compenetrano (l’ambient, il post-rock, la dance, l’idm, la techno, e metteteci tanto altro), in una libertà personale che li svincola da ogni categorizzazione e consente loro, ancora una volta, di mostrarsi al di fuori di ogni abusata moda del momento.

– RAFAEL ANTON IRISARRI, “A Fragile Geography”
Cosa intende Irisarri con “fragile geografia”? Ci ha insegnato nel tempo a percepire la fragilità tra le trame delle sue composizioni, ma ora questa precarietà assume coordinate spaziali. Il concetto stesso di confine è labile, può riferirsi a territori fisicamente percepibili – e da qui ne segue tutto un complicato dibattito che abbraccia la politica e la sociologia – o a lande virtuali, estese nella propria mente. “Quanto sono ampie le mie vedute? Quanto sono definitive?” Orfano dell’intero bagaglio di strumentazioni e archivi musicali a causa di un furto durante il trasloco da Seattle a New York, l’artista ci aveva già comunicato la sensazione di spaesamento accanto alla volontà di rimettersi in gioco in un ottimo EP uscito a gennaio; ora il discorso diviene corposo, come anche i suoni stessi che appaiono densi, a volta fluidi, e si muovono instancabili disegnando forme volubili, metafore di una geografia che non può in nessun modo essere imbrigliata. I droni si dipanano a macchia d’olio e l’ambient tocca picchi altissimi d’intensità, in costante tensione e in bilico tra calma surreale e inquietudine.

– ZOMBY, “Let’s jam!!” EPs
Zomby ci ha abituati da sempre alla sua geniale schizofrenia, al suo fare cazzone e arrogante a cui però tutto è lecito ché in cambio ci regala dei gioiellini come questa coppia di EP, che rimbalzano impazziti tanto in avanti tanto indietro lungo la linea del tempo. Il primo capitolo sa di Inghilterra a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, sa di acid music, di vicoli sporchi e bagnati tra i caseggiati, di scorribande notturne in tuta acetata e scarpe da ginnastica, tutti pronti a sballarsi con qualche chimico acceleratore e l’incoscienza, mentre prendono vita virtuali battaglie al laser sul dancefloor. La seconda parte, invece, rallenta il ritmo e si ibrida tra sfide ai videogiochi e incursioni dubstep, in un immaginario globale però privo di sfumature malinconiche. La pioggia è caduta e i treni corrono rapidi, ma le parentesi distese sanno di vero rilassamento e non d’introspezione. Tutto è netto e affilato, si pesca dalla miglior tradizione elettronica d’oltremanica e il coniglio che esce dal cilindro è sempre differente. Zomby si diverte e fa divertire anche noi, per poi accomiatarsi dopo averci coricati in un letto di cemento, sui tetti della città: cielo stellato sopra, passi e rullanti in strada.

– ÓLAFUR ARNALDS & NILS FRAHM, “Loon”
Nella musica delle collaborazioni siamo tutti d’accordo che il 2+2 non fa mai 4, salvo casi eccezionali; se prendi Ólafur Arnalds e Nils Frahm si intuisce facilmente che la valutazione complessiva risulta sbilanciata verso l’alto, la loro naturalezza nel fondere bravure e sensibilità dà alla luce una manciata di pezzi dal profumo autunnale, all’apparenza semplici ma strutturati su una complessità compositiva di progressive stratificazioni. Una diapositiva domestica, con la pioggia che cade sottile fuori da un cielo grigio ma non oppressivo, una tazza di tè caldo sul divano e la scelta di aprire un poco le finestre per sentire dentro quello che succede fuori. Inaspettatamente il registro cambia quando i suoni acquistano profondità e ritmo, li vedi quasi accendersi a intermittenza nello spazio; la cassa prende piede e quello che prima assomigliava all’ambient muta e si veste di techno minimale delle migliori tradizioni tedesche fusa con un morbido dub, ma nessuno ha comunque voglia di ballare, è l’atmosfera che si crea ad affascinare tanto da rimanere ammaliati in un sortilegio sintetico.

– CARTER TUTTI VOID, “f(x)”
Un incipit dal retrogusto subacqueo non lascia presagire esplosioni di industrial pura, eppure l’incedere dalla cadenza serrata, in fondo alle onde, annuncia una dura scalata di pathos e nervi . Sei lunghissimi brani si dipanano lungo la trama di una funzione lineare semplice, ogni pezzo è un capitolo a sé in struttura ma al contempo è strettamente legato e strumentale agli altri allo scopo di comporre un crescendo di dramma e meraviglia. Ossessione, oscurità, metalli pesanti – queste le parole chiave in una collaborazione di qualità sublime tra gli ex Throbbing Gristle e Nik Void dei Factory Floor, dopo il già fortunato episodio di “Transverse”. Le voci entrano in gioco ibridate dalle manipolazioni elettroniche e si sommano alle altre distorsioni, ai synth, andando a scolpire scenari tutt’altro che rassicuranti. L’ansia non demorde, le melodie non esistono e gli strumenti tagliano e picchiano senza pietà alcuna. Mantra recitati in un’enorme cattedrale di pietra e cemento, dove non arriva mai luce.

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