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THE ILLUSTRATED GUIDE TO CONTEMPORARY ILLUSTRATORS #6 > Rob Jones

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Spineless Laugh

THE ILLUSTRATED GUIDE TO CONTEMPORARY ILLUSTRATORS #6 > Rob Jones

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Rob Jones
ha qualcosa che non va.

E non solo per il fatto di portare appesi al cranio (lucido come gli occhi di Leonardo Di Caprio dopo aver perso l’ennesimo Oscar) degli improbabili capelli biondo-rossiccio paglierini con l’attaccatura a tre quarti di nuca, o per quello di tentare di compensare fallicamente tutto ciò con due basette incolte potate (male) dall’ultimo erede del vivaista di Abramo Lincoln.

E’ che stando alla sua biografia (che non ci risparmia chicche quali “Rob enlisted in the U.S. Navy in 1942, which he almost disliked: he got himself discharged after convincing a team of Navy psychologists that he was experimenting with homosexual urges” e “through his nightclub acts and record albums, Rob became the hipster saint of the comedy world”) è nato nel 1925 a Mineola, Long Island, New York ed è morto di overdose nella sua casa di Hollywood.
Nel 1966.

Il che putroppo non spiega nè come abbia fatto per tutto l’inizio del nuovo millennio a produrre i disturbati artwork dei poster per band come Nine Inch Nails, White Stripes, Kills e Racounters, nè come si sia potuto presentare l’anno scorso sul red carpet a ricevere il grammy per il packaging di Under Great White Northern Lights splendidamente agghindato con un completo di pelle rosa shocking corredato di stivaletto bianco-porcellana.

A meno di non andare a scomodare una qualche irregolarità della curvatura dello spazio-tempo, s’intende: cosa che noi, qua dal 2186, possiamo permetterci senza alcun ritegno di fare e che quindi andiamo, senza ritegno alcuno, a fare.

Ecco così che vi presentiamo l’ultimo straordinario lavoro di uno degli illustratori più visionari del nostro tempo (andato): la serie completa dei flyer che Rob Jones ha realizzato per l’ultimo tour solista di Jack White, ovvero un delirio di grafica steam-punk in cui l’ex leader degli White Stripes compare (quando compare) come un incrocio tra il Johnny Depp di Sweeney Todd e il Brandon Lee di The Crow, circondato da animali, figure e personaggi frutto di citazioni a dir poco ardite, immerse nell’atmosfera metropolitana e post-rivoluzione industriale di una Londra vittoriana che si candida ad essere una perfetta Sin City.

Dal sangue blu, ovviamente.

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