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Unità di Produzione Musicale – allora è vero che la musica è un lavoro!

Unità di Produzione Musicale - allora è vero che la musica è un lavoro!

Unità di Produzione Musicale - allora è vero che la musica è un lavoro!

Unità di Produzione Musicale – allora è vero che la musica è un lavoro!

Unità di Produzione Musicale è un progetto ambizioso e sperimentale, basato su un’idea semplice quanto affascinante: una simulazione di 8 ore di lavoro in fabbrica dove, anziché stare al tornio o produrre bulloni, si scrive e si suona musica su turni da catena di montaggio. Sessanta musicisti operai in tuta blu coordinati da un caporeparto si alternano tra turni di scrittura e di lettura-interpretazione degli spartiti prodotti dai compagni, mentre tutta la performance viene ripresa per poi diventare un film documentario. Un esperimento unico nel suo genere che nasce dalle menti di un musicista , Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa, Der Maurer) e un critico e teorico di fotografia, Sergio Giusti. Dietro le telecamere: i filmmakers del gruppo Enece Video.

Domenica 21 a Milano dentro la fabbrica di prototipi Zooilab si è svolta una prima performance di Upm in scala ridotta. Mancano pochissimi giorni alla termine entro il quale Enrico e Sergio stanno cercando di raccogliere i fondi necessari alla realizzazione del progetto tramite la piattaforma di crowdfunding Musicraiser, per convincere gli ultimi possibili azionisti indecisi non ci rimane che intervistarli.

 Siete soddisfatti di come è andata la performance di domenica 21? Vi ha spinto a rivedere qualche dettaglio di come dovrebbe essere UPM o ha confermato le vostre aspettative?

Sergio: Io mi sono divertito molto, ogni turno era una confusione diversa! Il che strideva in maniera interessante dal punto di vista visivo con la ripetitività delle azioni dei musicisti e del capo-reparto. Una ritualità con gesti uguali da cui scaturivano sempre cose nuove. “La ripetizione produce variazione” avrebbe potuto dire Steve Reich. “La ripetizione non è la generalità” diceva Gilles Deleuze (fine del momento colto). Per quello che riguarda eventuali revisioni, stiamo studiando l’idea che non ci siano momenti di scrittura in cui i musicisti non suonano, ma che vi sia un ciclo continuo come in una fabbrica a pieno regime. Questo inserendo tre squadre, di modo che una scrive, una esegue, l’altra è in pausa e continuano a interscambiarsi in maniera circolare.

Enrico: oltre alla faccenda del getto continuo, di cui accenna Sergio e con cui ho parlato subito dopo la performance col Fiè della Fuzz Orhcestra, c’è anche una cosa complessa che si chiama “scheda tecnica”. Abbiamo necessità di definire come istallare le postazioni dove si esegue senza coinvolgere i musicisti a montarle. I musicisti devono entrare in fabbrica e lavorare, non perdere 3 ore  a cablare o a sistemarsi le cose. Le macchine devono essere già lì. Era già un problema che ci ponevamo ma dopo aver fatto questo piccolo test ci siamo resi conto meglio del problema.

Tra i 60 operai della fabbrica parteciperanno anche non musicisti. Perché questa scelta?

Sergio: Perché la performance è interessante se coinvolge il corpo di tutti, non per forza con perizia tecnica e preparazione più o meno scolastico/accademica, auto- o non auto-didatta che sia, ma anche e soprattutto con consapevolezza. Tutti respiriamo senza doverci pensare, ma se ci facciamo caso e ci concentriamo sul fatto stiamo già meditando. Poi se elimini un po’ l’effetto “parrocchia con i suoi parrocchiani” le cose che si diranno nelle pause saranno certamente più imprevedibili e interessanti.

Enrico: diciamo che è importante avere la presenza di gente alle prime armi per creare dinamica “sociale”. Quello che serve a noi è soprattutto, in quel caso, la parte umana che crei magari frattura o dialogo con altri. Per cui abbiamo in mente qualcuno che non sa praticamente suonare ma di cui intuiamo le possibilità cinematografiche. Vedremo i risultati.

Ti sei mai sentito un “operaio della musica”? Situazioni di lavoro ripetitive, come ad esempio suonare tutte le sere gli stessi pezzi in un tour, sono paragonabili in qualche modo al lavoro in fabbrica?

Sergio: non essendo un musicista, per UPm sto facendo esattamente l’operaio della musica.

Enrico: mi è capitato sì. Mi è capitato di finire in qualche brutto progetto, per denaro e di farlo nei parametri richiesti. Ogni volta che stai suonando e mi viene in mente la domanda: “ma perché hanno chiamato me?”, mi sento quella roba lì. Ogni volta che vieni coinvolto perché “hai tanto talento” ma ti ritrovi limitato al 90%, pagato due lire. Essere operaio della musica è un fenomeno comune a molti, in realtà. Soprattutto a coloro che cercano di sopravvivere col proprio estro e che a volte non riescono a chiamare più ciò che fanno col termine tecnico di “arte”, ma usano l’epiteto generico di “lavoro”.

Tra i professionisti del mondo della musica non ci sono soltanto i musicisti, ma anche agenzie di booking, addetti stampa, produttori, fonici, giornalisti musicali. Pensando al progetto avete mai preso in considerazione l’ipotesi di dare un ruolo anche a loro?

Sergio: i non musicisti (o musicisti dilettanti) che vogliamo coinvolgere potrebbero anche appartenere a qualcuna di queste categorie. Perché no?

Enrico: non so. E’ gente questa che è già in un sistema di lavoro legato al mercato culturale. Non sentirebbero così forte la differenza della situazione in cui si troverebbero con UPm rispetto alla realtà. Anzi potrebbe essere per loro un semplice diversivo. Magari divertente. Ad UPm servono dei creativi, abituati ad inseguire utopie, libertà, romanticismi di ogni sorta. Di qualsiasi estrazione o esperienza non importa. Ma servono dei creativi costretti a creare.

Upm è soprattutto un film, ma sarà disponibile anche la traccia audio dei vari turni di performance. Vedete possibile in futuro anche la pubblicazione di un disco vero e proprio?

Sergio: credo che dividere i suoni che scaturiranno dalla visione dei gesti che ne saranno l’origine sia problematico. Tuttavia potrebbe succedere che alcuni dei turni di UPm siano aleatoriamente interessanti dal puro punto di vista musicale. A quel punto si potrà decidere di tutto. In ogni caso sarebbe una bella sfida all’ascoltatore. In confronto certi estratti di Uncle Meat forse potrebbero risultare più facili da digerire!

Enrico: una volta raccolto il materiale audio ci potremmo fare un’idea di cosa ci aspetta. Questo è un progetto futuro su un altro progetto futuro. Dobbiamo rassegnarci al primo difficile passo. Che è già una discreta patata bollente.

 

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