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NEO(N)ELECTRONIQUE – Febbraio 2015 // Vril, Levon Vincent, Samuel Kerridge

NEO(N)ELECTRONIQUE – Febbraio 2015 // Vril, Levon Vincent, Samuel Kerridge

NEO(N)ELECTRONIQUE – Febbraio 2015 // Vril, Levon Vincent, Samuel Kerridge

NEO(N)ELECTRONIQUE – Febbraio 2015 // Vril, Levon Vincent, Samuel Kerridge

Ho cominciato questo febbraio lamentandomi, nonostante sia un mese con cui tendenzialmente vado molto d’accordo. Aspettavo la neve sulla costa, ma ha deciso di cadere ovunque e infarcire tutta Italia tranne qui. Aspettavo il carnevale per ingozzarmi di dolci ma ho vinto un veto di un mese almeno al glutine. Aspettavo un’esplosione di dischi bellissimi ma ho setacciato il web per giorni, come una pazza disperata, senza trovare nulla di buono. Poi qualcosa accadde, perché di colpo trovai la musica giusta, e che musica! Neo(n)electronique di febbraio ha solo proposte eccellenti, album pazzeschi e molto variegati tra loro, per soddisfare i vostri appetiti uditivi con primizie di stagione.

 

–        JEFRE CANTU-LEDESMA – “A Year With 13 Moons”

Un titolo intrigante e un vecchio film di Fassbinder, Jefre Cantu-Ledesma si distanzia dal ben più classico “musicare una pellicola”, preferisce piuttosto rendergli un tributo prendendo in prestito il titolo per raccogliere i risultati di un prolifico periodo al San Francisco’s Headlands Center for the Arts, nel quale riuscì a produrre musica in maniera molto libera, concentrata più sul processo creativo che sul risultato finale. L’artista brilla di luce propria da moltissimo tempo, questo album non fa che confermare una solidità già indubbia. Lo shoegaze e l’ambient si compenetrano dando origine a una trama molto corposa e materica, la luce a tratti si fa liquida per poi dirompere all’improvviso. Un drone fluttua di sottofondo, senza soluzione di continuità tra una traccia e l’altra, come filo conduttore che ci accompagna fedele in un ipotetico anno musicato tra le stagioni di Berlino.

–        SAMUEL KERRIDGE – “Always Offended Never Ashamed”

Alla seconda prova con il formato LP, Kerridge ci porta dritti al centro della terra, in un cratere di profondità indefinita da scoprire con passi lenti e aritmici. Voci sinistre sembrano recitare ammonimenti da un altoparlante, la melodia è praticamente assente in quasi tutta la durata del disco, che vive di estreme dilatazioni sporche di droni e suoni di matrice industrial. Le cadenze si deformano fino ad annullarsi in alcune parentesi claustrofobiche, poi a sorpresa i martelli sintetici ricominciano a battere, provenienti da antri oscuri, della consistenza della pietra più grezza. Come se ci fossimo persi in una miniera. È lì che compare la techno, ma lo scopo non è il clubbing, il fine ultimo è la paura. Ascoltatelo qui.

–        JOHN TEJADA – “Signs Under Test”

Il nome di John Tejada e la Kompakt, etichetta per la quale esce questo nuovo lavoro, dovrebbero parlare chiaro sin da subito circa le linee caratteristiche del suono che andremo ad ascoltare. Non si punta su ricerca e sperimentazione, su nuove declinazioni del genere techno/house, piuttosto si fa bene, anzi no – benissimo, ciò che riesce alla grande da sempre. Tratti minimal di tradizione germanica mescolati a del caldo romanticismo nostalgico, synth analogici e melodie perfettamente strutturate, di quelle che si ficcano in testa all’istante e ti fanno muovere il culo in preda a un viaggio cosmico.

–        SHERWOOD & PINCH – “Late Night Endless”

Adrian Sherwood e Pinch affilano le rispettive armi e uniscono le forze per dipingere un affresco vivido e complesso, ambientato in una notte scura come la pece, tanto lunga quanto tormentata. La pioggia incessante si abbatte sull’asfalto e sulle auto in costante migrazione metropolitana, un ubriacone si affaccia dall’androne di un palazzo e urla improperi sconclusionati, una donna sussurra con la grazia di un usignolo. Il dub prorompe nella sua purezza, poi si contamina e sfocia in dubstep; le atmosfere diventano rarefatte tra le note di un pianoforte e percussioni al limite del tribale, sciabordii metallici e richiami garage della miglior tradizione. Un album splendido e denso come metallo colato, impreziosito da dettagli minuziosi e una varietà di suoni (e, connesse, immagini) da chieder loro di far davvero durare quella notte all’infinito.

–        VRIL – “Portal”

Cassa dritta e si parte, “Portal” è un concatenarsi di episodi come stanze che si aprono una dietro l’altra. Stanze di un club, sia chiaro, perché la techno qui picchia e avvolge senza ammettere tregua alcuna. Gli ambienti variano pur muovendo dal medesimo paradigma battente, in alcuni episodi il modello di riferimento di stampo germanico viene fedelmente seguito mediante una rigida struttura martellante, avente la stessa solidità della pietra; altre volte gli spigoli vengono smussati e le superfici levigate da melodie più morbide che imperlano le pareti.

–        LEVON VINCENT – “Levon Vincent”

Noto dj e produttore ormai da tantissimi anni, Levon Vincent per la prima volta bypassa la sua consuetudine di sfornare musica sottoforma di singoli o ep, e finalmente si confronta con il formato full-lenght. Un risultato egregio, degno di chi come lui sa maneggiare i propri strumenti con padronanza e restituire suoni mai banali. Per l’intera durata dell’album si compie un volo nello spazio, il synth copre costantemente il fondo disegnando scie galattiche sulle quali si innestano melodie appartenenti al mondo onirico. La tripletta finale ci fa planare in un dancefloor lussuoso, mentre le astronavi tracciano traiettorie complesse; le dilatazioni si trasformano in ritmi fortemente cadenzati, sotto un cielo di strobo e stelle.

 

 

 

 

 

 

 

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